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cani da guardia verso il potere, al servizio di chi legge...
1 ottobre 2005
ITALY, PARTLY FREE

Freedom House, l’organizzazione no-profit e bipartisan, chiara voce a favore della democrazia e della libertà in tutto il mondo (così si definisce) pubblica ogni anno un rapporto sulla libertà di stampa nel mondo. Nella parte del rapporto 2004, in cui si analizzano le nazioni una per una, l’Italia è considerata tra i pochi paesi europei che sono ‘parzialmente liberi’. Ecco il testo completo di questo giudizio (l’Italia fino al 2002 era considerata libera). 

La libertà di parola e di stampa sono garantite dalla Costituzione. In Luglio (2004, ndr) il legislatore si è messo in moto per abolire la condanna al carcere per diffamazione, un cambiamento salutato con favore dai media, ma le modifiche proposte non sono ancora state adottate. I politici e i loro alleati hanno mosso parecchie querele per diffamazione contro giornalisti nel 2004; in febbraio, il giornalista Massimiliano Melilli è stato condannato a 18 mesi di carcere e al pagamento di 100.000 euro. In luglio, un giornalista e senatore settantaseienne (Lino Jannuzzi, ndr) è stato posto agli arresti domiciliari per una sentenza del 2002 di condanna a 29 mesi di carcere per diffamazione. Le organizzazioni per la libertà di stampa hanno criticato due separate incursioni del governo in case ed uffici dei giornalisti, a causa del rifiuto dei giornalisti di rivelare le proprie fonti di alcune loro inchieste.
Molti organi di stampa sono in mano ai privati ma sono spesso legati a partiti politici o fanno parte di gruppi industriali che esercitano qualche influenza editoriale. In dicembre, i giornalisti del quotidiano più venduto, il Corriere della Sera, protestatono per le sempre più grandi pressioni sulla redazione da parte degli azionisti. Le preoccupazioni sulla concentrazione editoriale sono un motivo di discussione dall’elezione del 2001 di Silvio Berlusconi, magnate dei media e uomo più ricco d’Italia, a primo ministro. La carta stampata, che consiste in otto quotidiani nazionali, due dei quali controllati dalla famiglia Berlusconi, continuano a fornire le diverse opinioni politiche, comprese le critiche al governo. Tuttavia, Berlusconi controlla o influenza sei dei sette canali TV nazionali. Mediaset, una compagnia della quale è il maggior azionista, il più grande gruppo privato televisivo, ha tre canali nazionali, mentre il network statale (RAI), tradizionalmente soggetto a pressioni politiche, ne controlla altrettanti. Continua ad essere sollevata la questione relativa all’impatto politico del controllo di Berlusconi sui media. L’Osservatorio di Pavia, un organismo indipendente di controllo sui media, ha riportato che nel mese di febbraio Berlusconi ha occupato il 42 per cento del tempo dedicato ai politici nelle televisioni . Durante l’anno, il presidente RAI Lucia Annunziata, e una delle star televisive, Lilli Gruber, hanno lasciato in reazione al dominio di Berlusconi nei media. Una legge sul conflitto di interessi attesa da tempo, tesa a risolvere le contraddizioni tra gli affari di Berlusconi e il suo ruolo di primo ministro, è stata approvata in luglio. Nonostante la legge limiti il controllo manageriale che i politici hanno sulle loro società, non li esclude dall’essere proprietari. Il risultato della legge, criticata per essere poco efficace, avrà un piccolo impatto sull’impero mediatico di Berlusconi.
In aprile, il Parlamento ha adottato una legge di riforma del sistema televisivo, nota come Legge Gasparri, che apparentemente introduce un numero di riforme, come il passaggio al digitale terrestre (previsto per il 2006) e la parziale privatizzazione della RAI. Sulla legge inizialmente il Presidente Ciampi, invitato dalle organizzazioni dei media secondo cui la legge minacciava la libertà di stampa e insidiava il pluralismo, ha posto il veto nel dicembre 2003. Nonostante la legge revisionata ha una clausola che limita il massimo che una società può raccogliere in pubblicità, il tetto massimo è calcolato non solo sulla TV, ma anche su case editrici, cinema e case discografiche. Le critiche alla legge dicono che rinforza il potere mediatico di Berlusconi. La nuova legge permette anche a uno dei canali Mediaset, Retequattro, di continuare a trasmettere sul terrestre. Il decreto va contro una sentenza della Corte Costituzionale che confinava il canale sul satellure a gennaio 2004 per assicurare concorrenza. Lo spostamento sul satellite avrebbe causato una perdita di valore di mercato alla stazione televisiva.




permalink | inviato da il 1/10/2005 alle 10:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (18) | Versione per la stampa
politica interna
9 marzo 2005
O con Feltri, o con Saddam

E’ proprio vero che a forza di dire inesattezze, va a finire che qualcuno ci crede. Il Presidente del Consiglio un giorno sì e l’altro pure parla di fantomatiche campagne di odio nei suoi confronti. Dice che l’Unità l’ha definito “mostro bavoso”. Negli archivi del quotidiano diretto (ancora per poco) da Furio Colombo, l’espressione si trova in un articolo di Marco Travaglio: peccato che riprenda parole dette dal senatore Paolo Guzzanti all’indirizzo di Romano Prodi.

Forse Berlusconi un’idea di cosa significhi spargere odio se la può fare leggendo Libero, quotidiano che per ricevere milioni di euro in contributi pubblici si fa passare per organo del Movimento monarchico. Il giornale diretto da Vittorio Feltri, consapevole del target a cui rivolgersi, ha da subito individuato il proprio “nemico”: i pacifisti, i movimenti, e la sinistra in generale. Senza badare tanto al fair play che sarebbe bene usare ad una signora di mezza età appena uscita da un mese di sequestro, oggi il giornalista bergamasco, oltre ai soliti insulti verso chi a una comoda scrivania nel centro di Milano preferisce andare tra la gente di Falluja a raccogliere testimonianze di vita, propone che non si dia più un euro di riscatto per chi è sequestrato. Il motivo non è pratico. Feltri non sostiene che il pagamento del riscatto andrebbe evitato perché porta soldi ai terroristi, anzi. A suo parere non bisogna aiutare chi si oppone al governo Berlusconi, gli “ostaggi ingrati”, coloro che osano dire di essere stati trattati bene dai terroristi che li hanno sequestrati, come se tutto ciò giustificasse la loro attività, quelli di sinistra che osano criticare il governo di destra ma poi si fanno aiutare dal governo stesso senza ringraziare. Ora, delle due l’una: o Feltri non sa che il governo italiano ha il dovere di aprire tutti i canali, diplomatici e non, per aiutare i propri cittadini in difficoltà all’estero, oppure è in malafede. Due mesi e mezzo fa c’è stato uno tsunami che ha coinvolto migliaia di nostri connazionali (a proposito, nessuno più ne parla e scommetto che se chiedessi in giro, nessuno saprebbe dirmi quanti italiani sono morti nel disastro asiatico). Il governo italiano ha dato la massima assistenza, il ministro degli esteri Fini è più volte andato in visita nei paesi colpiti, la protezione civile italiana e i RIS si sono stanziati in Taliandia e Sri Lanka per dare un aiuto. Forse hanno chiesto a tutti per chi avessero votato, per aiutare soltanto chi sostiene il governo? Qualcuno ha mai osato insultarli e prenderli in giro per la loro disavventura, così come Feltri definì il povero Enzo Baldoni “pirlacchione”, un benestante pubblicitario annoiato andato in zona di guerra per trovare un po’ di adrenalina? Non ci risulta.

Un secondo aspetto rilevante emerso in questi giorni è la pretesa di Feltri e in generale della destra di appropriarsi della morte di Nicola Calipari, cercando di bollare ogni forma di solidarietà e di cordoglio provenienti da sinistra come espressioni ipocrite di chi odia i servitori dello stato. E qui sembra che per Feltri gli ultimi 30 anni siano passati invano. E’ vero, ai tempi si parlò molto di servizi segreti “deviati”, che l’universo della sinistra italiana non ha mai visto di buon occhio. Ma si tratta appunto di deviazioni, di personaggi loschi al servizio di poteri occulti che destabilizzarono per un lungo periodo gli avvenimenti politici e la vita del nostro paese. La parola sbirro non la si sente in giro da parecchio tempo, ma per fare un po’ di propaganda a buon mercato tutto fa brodo.

L’ultima cosa da sottolineare è relativa al motivo per cui si decide di pagare un riscatto, e al grosso lavoro di intelligence italiana in Iraq, in contrasto con la politica USA della fermezza. Qui Feltri fa un paragone, a nostro avviso sbagliato, con gli anni di piombo e i sequestri delle BR. Parla di legge italiana che blocca i beni dei sequestrati e di stato italiano che invece paga i sequestri in Iraq. A rigor di logica, non ci sarebbe nulla da eccepire. Tuttavia, nella realtà dei fatti, le morti di Fabrizio Quattrocchi ed Enzo Baldoni hanno suscitato un tale sentimento di sgomento in un’opinione pubblica già in gran parte contraria alla presenza italiana in Iraq, che si è preferito evitare qualsiasi altro episodio del genere: da allora a qualsiasi costo (di soldi e di sforzi umani) si vuol far tornare a casa gli ostaggi nostri connazionali. Con buona pace di chi –come Feltri- vorrebbe lasciare al proprio destino chi è solo colpevole di non votare come lui e che, contrariamente a quanto lui crede, non è un fiancheggiatore di Saddam o dei terroristi.

GP




permalink | inviato da il 9/3/2005 alle 11:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
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Cialtronia è un Paese come tanti altri, pieno di ingiustizie e porcherie. Il suo calcio e la sua informazione sportiva sono in linea con ciò che li circonda, però si piccano di essere i migliori del mondo nonostante siano controllati da poche persone, sempre le stesse, e siano strutturati per ingannare sistematicamente i tifosi-lettori-telespettatori. Partite truccate, doping, discriminazioni di ogni tipo, scommesse, incompetenza a ogni livello, corruzione, minacce, ricatti, ignoranza, prepotenza: i media di Cialtronia nascondono tutto, ma solo quando riguarda certi personaggi o certe squadre. Meno male che siamo in Italia, dove si possono scrivere libri come questo: storie calcistiche di un Paese lontano, confrontate con la nostra realtà. Storie sporche, storie lontane nel tempo e nello spazio.